Vittorio Arrigoni, oggi al via il processo in un tribunale affollato di amici e sostenitori

GAZA/PERCHà‰ TANTI SILENZI? RISPONDE IL MINISTRO DEGLI ESTERI DI HAMAS

GAZA/PERCHà‰ TANTI SILENZI? RISPONDE IL MINISTRO DEGLI ESTERI DI HAMAS GAZA. Ebaa Rezeq ci mostra i polsi su cui ha tatuato quelle due parole che hanno fatto il giro del mondo: «Restiamo umani». A Gaza una ragazza con i tatuaggi fa scalpore e a casa sua mamma si è bevuta la storiella che «durano solo un anno e poi scompaiono». Ma la verità verrà fuori presto. «Non mi importa delle conseguenze, lo dovevo a Vik, per tutto quello che ha fatto per Gaza, per i palestinesi, per le cose che mi ha insegnato. “Restiamo Umani” sarà la mia filosofia di vita» dice Ebaa, seduta assieme ai suoi amici, il reporter Bashar e il manager della band hip hop «Darg Team» Fadi, in un caffè sul lungomare di Gaza city.
Discutono del processo che si apre questa mattina nell’aula nei pressi del campo profughi di Shate e che vede alla sbarra quattro palestinesi, presunti membri di una nascente cellula salafita, accusati di aver rapito e ucciso Vittorio Arrigoni lo scorso aprile. «Andremo in tanti – aggiunge Fadi – vogliamo vedere in faccia quelli che lo hanno ammazzato e capire come hanno potuto commettere un crimine così orrendo nei confronti di un amico del nostro popolo e della nostra terra. E loro guardandoci in faccia comprenderanno che hanno ucciso il corpo ma non l’anima di Vik che resterà a Gaza per sempre».
Nell’aula del tribunale, che dovrebbe essere aperta a tutti, ci saranno anche gli italiani che lavorano nella Striscia e che conoscevano bene Vittorio. «Cinque mesi e ancora nessuna verità – ci dice Adriana Zega, cooperante – Spero che l’inizio di questo processo ponga fine al lungo silenzio delle autorità di Hamas, e soprattutto che sia fatta chiarezza fino in fondo. Vittorio è vivo, capita di incontrarlo nelle tante persone che gli volevano bene e conoscevano il suo impegno per Gaza».
I silenzi di Hamas, la mancanza di comunicati ufficiali del governo di Gaza per tutta la durata dell’inchiesta e il mancato annuncio dell’apertura del processo, sono alcuni degli aspetti che rendono ancora più amara la vicenda di Vittorio Arrigoni. Abbiamo perciò chiesto spiegazione al ministro degli esteri di Hamas, Mohammed Awad, che abbiamo incontrato nel suo ufficio di Gaza city. E’ stata l’occasione per sollevare altre questioni legate ai risultati delle indagini.
Neppure un comunicato in cinque mesi sull’omicidio di Vittorio Arrigoni, perché?
Da parte nostra è sempre esistita la volontà di portare avanti con serietà le indagini e di arrivare a condannare gli assassini di Vittorio Arrigoni. Credo che la conclusione dell’inchiesta e l’apertura del processo sia la prova della nostra sincera intenzione di fare piena luce su quanto è accaduto. A gestire la comunicazione sono stati il ministero della giustizia e quello dell’interno che, evidentemente, hanno ritenuto opportuno mantenere un riserbo strettissimo sulle indagini e tutto il resto.
Ma non è stato giusto lasciare senza informazioni tanti palestinesi e italiani vicini a Vittorio, a cominciare dalla famiglia Arrigoni
Noi rispettiamo la famiglia di Vittorio ma, come ho detto, è stata presa la decisione di non lasciar trapelare nulla, a beneficio esclusivo delle indagini.
Veniamo proprio alle indagini. L’interrogativo più grande riguarda il ruolo del giordano Abdel Rahman Breizat, il capo della cellula che ha rapito e ucciso Vittorio. Di lui si sa davvero così poco e molti sospettano che fosse un agente di un servizio segreto straniero.
Gli inquirenti hanno cercato di ottenere il maggior numero possibile di informazioni su Breizat ma non hanno raccolto quanto speravano. I suoi compagni non sapevano molto di lui, se non che veniva dalla Giordania e che era un devoto musulmano fautore del Jihad salafita. Si è portato i suoi segreti nella tomba.
Per questo occorreva catturarlo vivo ma le forze speciali di Hamas lo hanno ucciso nel suo nascondiglio a Nusseirat, assieme al suo braccio destro.
Era armato e si è rifiutato più volte di arrendersi. Ha minacciato le forze di sicurezza che volevano arrestarlo e lo scontro a fuoco è stato inevitabile. I nostri uomini hanno dovuto sparare.
Lei come spiega il fatto che tutti e quattro gli imputati, pur essendo vicini al salafismo, erano sul libro paga delle forze di sicurezza di Gaza? Erano degli infiltrati isolati o ciò conferma, come si dice da tempo, che la base di Hamas, soprattutto i militanti più giovani, si muovono a metà strada tra l’appartenza al vostro movimento e l’adesione a formazioni più radicali?
Secondo me rientra tutto nella normalità. Il nostro movimento ha fatto delle scelte ed è ovvio che accanto a tanti che le accettano ci siano altri che invece le respingono. Queste ultime persone talvolta scelgono di far parte di organizzazioni estremiste. Ma ciò accade ovunque e per qualsiasi movimento politico. E’ fisiologico, non siamo davanti alla frantumazione della resistenza palestinese.

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